Mi presento: sono Marco Erani. Desidero raccontarvi il mio percorso e la mia pratica fotografica.
La mia formazione artistica ha radici familiari: un padre scultore e una madre pittrice e insegnante di educazione artistica. Ho proseguito gli studi all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma, sezione Grafica Pubblicitaria, approfondendo poi con passione il graphic design e la comunicazione visiva.
La fotografia mi accompagna fin dall’infanzia, con le prime sperimentazioni nella camera oscura di mio padre, e oggi si evolve attraverso la ricerca di nuovi linguaggi espressivi.
Nella mia fotografia allestita (Staged Photography), creo l’immagine come la cornice di un quadro: racchiude esattamente ciò che scelgo di mettere in scena, muovendomi tra realtà e fantasia, fatti e ricordi. Invece di catturare il momento decisivo, agisco come un regista della scena: allestisco con cura ogni dettaglio nel campo dell’inquadratura, prima di premere il pulsante di scatto.
La mia pratica attinge a esperienze personali e indaga temi come la memoria, le relazioni inattese tra oggetti e spazio, in una continua dialettica tra vero e falso, luce e oscurità, effimero ed eterno. È un dialogo essenziale tra realtà e finzione, che da sempre definisce la fotografia. Non si tratta di un trionfo della bugia – sarebbe un errore pensarlo così – perché tutto ciò che vedete nell’immagine finale è accaduto davvero davanti all’obiettivo. La fotografia resta un “certificato di presenza”: non manipolo l’immagine, ma la realtà stessa. Mi dedico a inscenare, predisporre, interrompere la realtà: creo finzioni radicate in altre verità.
Allow me to introduce myself: I am Marco Erani. I wish to share my journey and photographic practice with you.
My artistic training has deep family roots: a sculptor father and a painter mother who also taught art education. I continued my studies at the Istituto d’Arte Paolo Toschi in Parma, specializing in Graphic Design, before passionately delving into graphic design and visual communication.
Photography has accompanied me since childhood, beginning with my first experiments in my father’s darkroom, and today it evolves through the exploration of new expressive languages.
In my staged photography, I conceive the image as the frame of a painting: it precisely encloses what I choose to stage, navigating between reality and fantasy, facts and memories. Rather than capturing the decisive moment, I act as a scene director: I meticulously arrange every detail within the frame before pressing the shutter.
My practice draws from personal experiences and explores themes such as memory, unexpected relationships between objects and space, within a continuous dialectic of truth and falsehood, light and darkness, ephemeral and eternal. This is an essential dialogue between reality and fiction that has always defined photography. It is not a triumph of falsehood—such a view would be mistaken—because everything visible in the final image truly occurred before the lens. Photography remains a “certificate of presence”: I do not manipulate the image, but reality itself. I dedicate myself to staging, arranging, and interrupting reality: I create fictions rooted in other truths.